Il Trattato di Lisbona e l’efficacia diretta della Convenzione Europea sui diritti umani nel diritto interno: prime applicazioni giurisprudenziali

by Mauro Di Pace

Il Trattato di Lisbona ha modificato l’art. 6 del Trattato CE, espressamente affermando, al comma 2, che “l’Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali” e, al comma 3, “i diritti fondamentali, garantiti dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e risultanti dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, fanno parte del diritto dell’Unione in quanto principi generali”.

In sostanza, ciò significa che le norme sui diritti fondamentali sancite dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali hanno il medesimo rango delle norme di fonte comunitaria (oggi europea), e che le norme nazionali che vi contrastino sono direttamente disapplicabili dai giudici di merito.

Del suddetto principio hanno fatto prima applicazione due sentenze in tema di espropriazione per pubblica utilità: Consiglio di Stato, IV, 2 marzo 2010, n. 1220 e TAR Lazio, Roma, IIBis, 18 maggio 2010 n. 11984.

Con riserva di tornare presto sull’argomento, è interessante per ora notare quanto segue.

È stato affermato in dottrina che il Trattato di Lisbona rende immediatamente applicabili le norme della Convenzione sui diritti fondamentali, ma non anche le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che quelle norme è chiamata ad applicare (cfr. Alfonso Celotto, “Il trattato di Lisbona ha reso la CEDU direttamente applicabile nell’ordinamento italiano?”, nota in margine alla sentenza n. 1220/2010 del Consiglio di Stato).

Ciò perché l’adesione alla Convenzione, secondo il protocollo n. 8 annesso al Trattato, da un lato ancora deve avvenire, e dall’altro non inciderà sulle competenze degli organi di controllo della UE. Di conseguenza, le norme della Convenzione entrano a far parte del diritto interno secondo una modalità che – seguendo la citata dottrina – potremmo definire “a doppio binario”.

Da un lato, le norme che stabiliscono i diritti fondamentali, rispetto alle quali le norme interni difformi cedono secondo il principio di competenza, in base al noto paradigma normativo vigente per i regolamenti e le direttive self-executing dell’Unione.

Dall’altro, le altre norme della Convenzione, fra le quali quelle che disciplinano il funzionamento della CEDU, che in ogni caso entrano a far parte dell’ordinamento interno in forza del richiamo effettuato dall’art. 117, comma 1, della Costituzione (“La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”).

La nuova formulazione dell’art. 117 Cost. (come novellato dall’art. 3, l. Cost. n. 3/2001) infatti costituzionalizza le norme pattizie di diritto internazionale, la cui osservanza, peraltro, è rimessa al vaglio di costituzionalità del Giudice delle Leggi (mentre la disapplicazione diretta da parte dei giudici di merito, come noto, segue il diverso paradigma di cui all’art. 11 Cost., sulle limitazioni di sovranità a favore di ordinamenti sovranazionali che promuovano la pace e la giustizia fra le Nazioni).

Tale ricostruzione, da noi definita del “doppio binario”, è stata criticata da commentatori autorevoli (cfr. il commento di Raffaello Sestini, Giudice relatore della sentenza del TAR Lazio 11984/2010 sopra citata, in margine al commento di Celotto), che hanno proposto una lettura sostanzialista della vicenda.

Ciò sulla duplice considerazione derivante, da un lato, dal principio di effettività delle norme, e, dall’altro, dal richiamo di cui all’art. 11 Cost., che ben si attaglia all’ordinamento che scaturisce dalla Convenzione.

La Convenzione plasma, in effetti, un ordinamento sovranazionale, nel senso che comunemente si dà alla nozione di ordinamento giuridico in teoria generale.

Infatti, sia che si abbia riguardo alla teoria normativista, sia che si prediliga l’approccio istituzionalista, la Convenzione dà vita ad un sistema coordinato di norme e sanzioni, e ad un’autonoma intelaiatura organizzativa per darvi applicazione.

Un ordinamento, tuttavia, che non può essere equiparato a quello comunitario (sul punto Corte Cost. 349/2007); e dunque che non può averne la stessa forza normativa, in mancanza di un recepimento o di un rinvio che promanino dalla fonte comunitaria.

È evidente, dunque, che il punto nodale della vicenda sta proprio nell’estensione del recepimento operato dalla novella all’art. 6 del Trattato.

D’altra parte, ferma restando la disapplicabilità della norma interna per contrasto con i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione, la giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti Umani può fornire un essenziale metro di giudizio, proprio ai fini dell’esercizio del potere disapplicativo da parte del Giudice nazionale: se non di efficacia diretta della giurisprudenza della CEDU, quindi, si può probabilmente parlare di una efficacia limitata al piano ermeneutico.