Due parole sulla “anticorruzione” e sugli appalti pubblici

by Mauro Di Pace

Gli appalti pubblici sono uno dei settori a maggior rischio di infiltrazione mafiosa, e sono il luogo giuridico naturale della corruzione nella pubblica amministrazione.

I fattori che oggi favoriscono la proliferazione di tali fenomeni patologici sono molteplici, ma due di questi appaiono determinanti.

In primo luogo il profilo fiscale: il contributo unificato per atti giudiziari.

È una tassa passata in meno di dieci anni da 360 a 9000 euro: prima da 360 euro a 2000 euro, per effetto del Decreto Bersani; poi a 4000 euro grazie al governo Monti; oggi a 6000 euro per gli appalti di valore maggiore, per ogni atto impugnato (la tassa può quindi triplicare), che diventano 9000 in appello.

Significa che la scelta del governo è di scoraggiare il controllo giudiziale sulle gare illegittime.

Va da sé che, conosciuti questi dati, ogni discorso sulle riforme “anticorruzione” si ammanta di vuota retorica.

C’è poi il profilo organizzativo.

La competenza a bandire le gare non è assoggettata al vincolo della rotazione delle persone coinvolte nel procedimento.

Questo vale sia per il RUP, il responsabile unico del procedimento; sia – troppo spesso – per le commissioni giudicatrici, i cui componenti sono soggetti ad un vincolo di rotazione che resta, di fatto, sulla carta.

Ebbene, le gare ad evidenza pubblica vengono aggiudicate, nella stragrande maggioranza dei casi, secondo il criterio del prezzo più basso o secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa.

Questo secondo modello è tipico, ad esempio, delle gare di progettazione e lavori per opere pubbliche, o di quelle per forniture ospedaliere, e prevede una valutazione della bontà tecnica dell’offerta, con assegnazione di un punteggio, che si svolge in seduta riservata.

Si tratta di una fase che sfugge, di fatto, al controllo giurisdizionale, e nell’ambito della quale possono operarsi forzature che assumono le caratteristiche della corruzione.

Per tale ragione è fondamentale operare in due direzioni.

In primo luogo, abbattendo il contributo unificato in appalti, e cioè in un settore notoriamente ad altissimo rischio di infiltrazione mafiosa.

In secondo luogo, obbligare le amministrazioni a porre in essere criteri rotativi nella scelta dei soggetti chiamati non soltanto a giudicare le offerte di gara ma anche a determinare, a monte, i criteri, e quindi a redigere i bandi, i capitolati, i disciplinari di gara.