Il mio intervento in Commissione Antimafia all’Assemblea regionale Siciliana del 20 novembre 2014

by Mauro Di Pace

Come dice il titolo, di seguito riporto il testo del mio intervento nella Commissione speciale di inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia in Sicilia all’Assemblea Regionale Siciliana del 20 novembre scorso. 

DI PACE, avvocato. Signor Presidente, onorevoli, eccellenze, signori, grazie, grazie al presidente Musumeci per l’invito. Per me è un onore ed un’emozione essere di fronte ad una platea così autorevole.

Perché parlare delle vittime del racket che sono anche testimoni di giustizia?

Ci sono, in effetti, un po’ di buone ragioni, secondo me.

Intanto perché la commistione fra i due ruoli, di fatto, si verifica.

Consentitemi un inciso, che è superfluo in questa sede, ma diventa importante all’esterno: il testimone di giustizia non è il collaboratore di giustizia, il testimone di giustizia non è il pentito: il testimone di giustizia è colui il quale assiste ad un reato di mafia, spesso perché è vittima del reato di mafia.

Quindi, si comprende bene che la vittima del racket è sovente testimone dello stesso reato che subisce. Quando, oltre ad essere testimone del reato che subisce ci sono le condizioni di pericolo che comportano la necessità di sottoporla ad un regime speciale di tutela, la vittima del racket diventa testimone di giustizia.

Le misure di protezione possono essere le più varie, da quelle più blande a quelle più incisive: il testimone di giustizia può essere condotto in una località segreta, può rimanervi a tempo indefinito, può essere costretto a cambiare le sue generalità, spesso per sempre.

Questo soltanto per dire che la situazione del testimone di giustizia è una situazione non soltanto molto particolare, ma così particolare che consente di parlare dei testimoni di giustizia, senza retorica, come di eroi.

Ora, un altro motivo per parlare della interferenza fra le due discipline è che entrambe, cioè quella di protezione delle vittime del racket e quella di protezione dei testimoni di giustizia, sono delle armi nella guerra alla mafia.

La scelta delle mie parole non è casuale. Avrei potuto dire “strumenti per la lotta alla mafia”, e invece no: sono armi di guerra, armi che, ovviamente, non devono essere spuntate.

E’ importante che queste armi siano utilizzate con efficacia, è importante che queste armi siano utilizzate dallo Stato, intendo, con efficacia e con tempestività.

Questo lo sanno bene le vittime del racket che sono anche imprenditori; il fattore tempo nell’impresa è un fattore cruciale, determinante. Il ritardo nella concessione delle elargizioni, significa sostanzialmente la perdita di posizioni di mercato che difficilmente si recupereranno.

Qual è l’obiettivo che accomuna queste due discipline?

Ebbene, l’obiettivo comune è quello di neutralizzare gli effetti negativi dell’estorsione o gli effetti negativi della necessità di recarsi altrove, di essere sradicati dalla località di origine.

Solo così si realizza quell’effetto deterrente e di prevenzione generale, che è nelle intenzioni del legislatore: la mafia deve sapere che l’estorsione è inutile, perché lo Stato dota l’imprenditore di strumenti economicamente efficaci per opporvisi; è inutile imporre l’omertà, perché lo Stato protegge i testimoni dei reati di mafia.

Così si sconfigge la mafia: sottraendole la linfa economica rappresentata dalle imprese asservite e sottraendole l’arma più temibile, che è quella dell’omertà.

Questo ci consente di inquadrare queste due discipline non come misure di assistenza ma, come dicevo prima, come armi di lotta, come armi di guerra. Se riusciamo a neutralizzare gli effetti negativi economici che la mafia ha sull’economia e sulle vite delle persone, compiamo importanti passi in avanti.

Credo di poter dire che la legislazione italiana sia, da questo punto di vista, all’avanguardia; che sia di esempio per tutto il mondo.

D’altronde non siamo qui, penso, per raccontarci come siamo belli: siamo qui per parlare dei problemi che possono sorgere nell’applicazione concreta e quotidiana della disciplina.

Vorrei raccontarvi una vicenda, vorrei dire realmente accaduta, ma che in realtà è una vicenda che è ancora in corso, che sta ancora accadendo.

C’è una persona che è vittima del racket, una persona che prima di essere vittima del racket è un imprenditore di successo qui in Sicilia, il quale ha una fiorente attività commerciale, che comincia ad avere un grandissimo successo e che comincia a far gola al clan mafioso locale, un clan mafioso molto temuto, molto potente, che inizia a compiere atti di intimidazione, atti aggressivi: la casa al mare viene incendiata, la famiglia viene minacciata più volte, e così via.

Non serve entrare nei dettagli.

Ciò che basta sapere è che nel 2008, alla fine di questa prima parte della storia, la sede dell’attività viene data alle fiamme e completamente distrutta.

Questa persona si rivolge alla Prefettura di competenza, al Commissario straordinario antiracket e ottiene, siamo a dicembre del 2008, tutto sommato in modo rapido, questo strumento di neutralizzazione degli effetti negativi, reinveste la cifra ed ricomincia a lavorare, almeno questa è l’intenzione.

Quasi contemporaneamente, subito dopo l’inaugurazione della nuova sede, gli giunge la notizia che hanno arrestato i suoi estorsori e, a questo punto, secondo la Procura della Repubblica competente, ci sono ragioni fondate di ritenere che egli sia in pericolo di vita.

Quindi gli viene proposto di entrare nel piano di protezione, – ovviamente non sono capace di mettermi nei panni di una persona che riceve un allarme di questo tipo -, di abbandonare tutto e di andare con la famiglia in località segreta, prima nella località provvisoria, poi verrà spostato.

La disciplina sulla protezione dei testimoni, in effetti, dà al testimone di giustizia la possibilità di nominare un rappresentante in loco: ovviamente vi lascio immaginare chi può avere mai il coraggio di prendere il posto della vittima del racket, del testimone di giustizia, e dire “non ti preoccupare, ci penso io”.

Quindi, ovviamente, l’impresa viene abbandonata.

Ripeto, gli imprenditori sanno bene che i benefici previsti dalla legge sono importanti per ricominciare un’attività, ma non sufficienti per portarla avanti perché l’impresa, come tutte le imprese, lavora anche a credito; quindi, riaperte le linee di credito, esse non vengono però alimentate con il lavoro, e l’impresa accumula debiti.

Cosa succede? L’uscita dal luogo di origine è dovuta, ovviamente, alla intimidazione che la vittima subisce da parte dello stesso clan che ha portato avanti le attività estorsive ai suoi danni.

D’altra parte, anche l’ingresso nel piano è causa della fine della sua attività.

Egli si rivolge, quindi ad ambedue le amministrazioni, cioè quella deputata alla tutela delle vittime del racket e quella deputata alla tutela dei testimoni di giustizia, ben sapendo, ovviamente, che tra le due discipline vige una cosa che si chiama il principio d’alternatività, per cui una volta che una delle due amministrazioni riconosce il beneficio, l’altra non lo riconoscerà, così che non ci sia duplicazione del risarcimento (parliamo naturalmente sempre di neutralizzazione degli effetti).

Si rivolge prima al Commissario straordinario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura, il quale rigetta l’istanza, ritenendo che il fermo della attività non sia direttamente riconducibile all’estorsione, ma all’ingresso nel piano di protezione e che quindi ci si debba rivolgere alla Commissione testimoni.

Ma anche la Commissione testimoni rigetta l’istanza, perché già pende l’altra istanza dinnanzi al Commissario antiracket – qua la Commissione testimoni commette un errore grave perché il principio di alternatività scatta non con la presentazione dell’istanza ma con il provvedimento che dispone l’elargizione.

Fatto è che ambedue le amministrazioni denegano la propria competenza, e questo signore, che ha già perso la sua impresa, si trova pure con i debiti che incalzano.

Una differenza importante tra le due discipline è che la disciplina a tutela delle vittime del racket prevede la sospensione dei termini fiscali ed amministrativi, per effetto della quale tutti i procedimenti esecutivi si sospendono per un anno.

La stessa misura non è invece prevista a favore dei testimoni di giustizia, perché la relativa disciplina non è disegnata su misura dell’imprenditore, ma si applica a chiunque si trovi ad assistere ad un reato di mafia e sia per questo in pericolo di vita.

Succede insomma che questo signore propone due ricorsi al Tar: uno contro il rigetto del Commissario Antiracket, soprattutto per ottenere, in sede cautelare, la sospensione dei termini fiscali ed amministrativi, cioè per sospendere l’aggressione del suo patrimonio da parte dei creditori, tra i quali c’è anche lo Stato (il paradosso non sorprenderà); l’altro contro il provvedimento di rigetto della Commissione testimoni.

I due procedimenti vengono riuniti.

Il Tar decide per la competenza della Commissione testimoni, con decisione che ritengo assolutamente condivisibile. La Commissione testimoni, nella primavera dello scorso anno, viene condannata a risarcire il danno da mancato guadagno, cioè a neutralizzare quegli effetti negativi di cui dicevamo.

Ripeto, qui non parliamo di misure di assistenza.

L’amministrazione resta inerte; si propone il ricorso per l’ottemperanza.

Un inciso tecnico, per maggiore chiarezza: la sentenza del Tar viene portata ad esecuzione con un nuovo procedimento da parte del medesimo Tar; nell’ambito di questo procedimento il Tar nomina un commissario che ha il potere di sostituirsi all’amministrazione – voi tutti ricordate Montesquieu, la separazione dei poteri fa sì che il giudice non possa, esso stesso, direttamente sostituirsi all’amministrazione, che è potere esecutivo – e, quindi, si avvale di un organo dell’amministrazione, il quale in questo caso svolge il ruolo di longa manus del Tribunale, che ha l’obbligo di dare soddisfazione al diritto riconosciuto in favore dei ricorrenti.

Ecco, in questo caso il Tar, con una nuova sentenza, ordina all’amministrazione di ottemperare alla sua precedente sentenza entro 90 giorni, trascorsi i quali, richiesto dal ricorrente, nominerà un Commissario ad acta.

L’udienza per la nomina del Commissario ad acta si celebrerà a breve per una vicenda che ha origine, nella sua seconda tranche, nel 2011: e siamo quasi nel 2015.

Ciò per dire che questa arma fondamentale dello Stato comunità, non dello Stato apparato: voglio dire non soltanto dello Stato in divisa, non soltanto dello Stato in giacca e cravatta, dello Stato istituzione, per intenderci, ma dei cittadini, la parte produttiva, la parte imprenditoriale, la parte associativa, in breve la collettività.

Ebbene quest’arma che è efficace a due condizioni:

1) che funzioni in modo efficiente, efficace e rapido;

2) che ci sia comunicazione tra le amministrazioni preposte alla tutela delle vittime di mafia e, si badi, non soltanto comunicazione tra le amministrazioni differenti, ma anche comunicazione tra il livello centrale e quello periferico dell’amministrazione deputata alle tutele delle vittime del racket.

Spesso accade, nell’esperienza diretta, che l’istruttoria che viene portata a termine dalla Prefettura, che è un organo vicino al territorio, prossimo al cittadino, che, quindi, è molto rapido nell’intervenire, molto attento, venga, poi, disattesa a livello centrale, dove c’è il controllo del budget. È la questione annosa delle risorse disponibili per la guerra alla mafia.

Ripeto, l’arma è efficace se c’è coordinamento, se c’è rapidità di esecuzione. Questa rapidità di esecuzione, questo coordinamento, vengono meno ancor più facilmente in una situazione di difficoltà finanziaria come questa, che è una emergenza che oggi scontano, io penso, tutte le amministrazioni.

Ma il rischio grosso – vanno dette due cose a questo proposito, e poi chiudo – è che la guerra alla mafia sia lasciata in mano agli eroi.

Ecco, questa è una cosa che, credo, non possiamo permetterci.

Questi strumenti normativi, a tutela delle vittime del racket e dei testimoni di giustizia, devono essere alla portata di tutti, non soltanto di chi ha il coraggio, non soltanto di chi è disposto a rischiare la vita.

Il problema, però – e qui arriviamo alla seconda questione – è che è necessario comprendere che la crisi finanziaria non deve pregiudicare la lotta alla mafia, perché la priorità è riuscire a neutralizzare l’effetto negativo che la mafia ha sull’economia siciliana e sull’economia nazionale.

Dobbiamo cioè tutti lavorare per reinnescare quel circolo virtuoso che c’è soltanto quando gli imprenditori possono muoversi in condizioni di leale concorrenza ed in situazioni di tranquillità e, ovviamente, senza il rischio di rimetterci la pelle.

Grazie.